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Come l’Arabia Saudita ha danneggiato la sua industria petrolifera

L’Arabia Saudita pensava, dall’alto del suo status di primo esportatore mondiale di petrolio greggio, di poterne deprimere il prezzo a volontà per ridurre all’obbedienza i suoi rivali regionali (Iran) e internazionali (Federazione Russa), rovinando nel contempo l’industria americana del petrolio di scisto (fracking), ed oltretutto compensando qualunque calo nei propri ricavi con le sue enormi riserve di capitale, per poi far rialzare gradualmente le tariffe una volta ottenuti i suoi obiettivi politici, ma non tanto rapidamente da vanificare la minaccia di un improvviso ulteriore ribasso. Questo piano è riuscito per quanto riguarda l’obiettivo “americano” (le compagnie impegnate nel fracking vendono petrolio a 80-100 dollari al barile a clienti che l’avevano ordinato, col sistema dei futures, quando costava 120-150 dollari, e il loro avvenire coi prezzi del greggio “normale” che si aggirano tra 45 e 55 $ per barile appare oggi nerissimo). Ma per quanto riguarda Iran e Russia esso è clamorosamente e spettacolarmente fallito. Dotati di economie ben più diversificate della “monocoltura petrolifera” saudita, e temprati nel passato più o meno recente da avversità economiche ben più problematiche, russi e iraniani hanno sopportato bene l’urto dei bassi prezzi petroliferi e non hanno per nulla abbandonato i loro obiettivi politici e strategici, anzi, li hanno riconfermati avvicinandosi ulteriormente tra di loro. L’impatto della fortissima flessione nei ricavi di Riyad invece è stato ben peggiore delle previsioni e per la prima volta nella sua storia il regno assoluto di Casa Saud ha dovuto ricorrere al mercato del debito emettendo titoli di Stato; con le spese per la disastrosa guerra contro lo Yemen questa situazione ha prodotto comunque un taglio nelle agevolazioni, nei prezzi calmierati e nella spesa pubblica, dalla quale dipendono per la propria stessa sopravvivenza milioni di “regnicoli” sauditi. Infatti, contrariamente alla percezione occidentale sul suddito medio di Re Saud, al di fuori di una ristrettissima cerchia di principi, nobili, consiglieri e maggiordomi di palazzo che nuotano letteralmente in ricchezze faraoniche, il cittadino saudita medio fa sopravvivere la sua spesso numerosissima famiglia con un impiego pubblico (spesso una sinecura).

Questo impiego spesso è ottenuto grazie a favori e clientelismi guadagnati presso il gradino inferiore della burocrazia statale, e fino ad oggi lo stipendio bastava a far sbarcare il lunario solo grazie ai forti sussidi ai beni essenziali e ai servizi di base, che li rendevano particolarmente economici. Lo strattone ai legacci della spesa pubblica ha avuto forti ripercussioni nello stile di vita della cittadinanza media e se questa tendenza dovesse perdurare in futuro non si potrebbero escludere tumulti e manifestazioni di insofferenza a livelli mai riscontrati nel regno. Inoltre, anche le esportazioni di petrolio verso Paesi terzi risentono, molto negativamente, dell’immagine pubblica ormai consolidata di Riyad come maggior finanziatore e promotore dell’integralismo islamico di matrice takfira e wahabita (già diffusa ai tempi della guerra in Afghanistan e del sostegno saudita alle scuole coraniche estremiste che lungo il confine settentrionale del Pakistan generarono il fenomeno talebano e “Al-Qaeda”). Ciò è ormai divenuto un fatto di dominio pubblico, con gli eventi della guerra alla Siria e i numerosissimi sequestri di armi, fondi e droga veicolati verso le bande takfire di Al Nusra ed altre sigle da personaggi legati ai servizi sauditi o addirittura a membri della famiglia reale. Sempre più Paesi vedono il commercio con Riyad come una porta aperta all’estremismo wahabita e soprattutto i più grandi, che hanno minoranze musulmane al loro interno, sono più che preoccupati della possibilità di una loro radicalizzazione terrorista una volta che queste venissero esposte alla nefasta influenza di imam e predicatori sauditi (esattamente come il Pakistan, che fino agli anni ’70 praticava una forma molto blanda di Islam, permeato di sufismo e di apporti buddisti e induisti, e che in trent’anni è diventato un bastione del sunnismo radicale non solo verso i cosiddetti “infedeli”, ma anche nei confronti degli Sciiti e di altre minoranze musulmane).

Lo dimostra recentemente anche l’India, che negli ultimi mesi ha iniziato a diminuire sempre di più l’acquisto di greggio saudita (finora sua primaria fonte di approvvigionamento energetico), fino a far diventare nello scorso mese di ottobre la Repubblica dell’Iran suo fornitore principale, per la prima volta nella storia. In India, ricordiamo, vivono oltre cinquanta milioni di musulmani, quasi tutti sunniti. A volte è poi la stessa erratica politica estera di Casa Saud a mettere un bastone tra le ruote alla sua macchina esportatrice: quando alcune settimane fa l’Egitto del Presidente Al-Sisi si schierò all’ONU contro la risoluzione saudita sulla Siria, votando invece a favore di quella russa, Riyad per ripicca interruppe “fino a nuovo ordine” le forniture di greggio al Cairo, che dipendeva del tutto da quel petrolio per fornire luce, elettricità e, a seconda della stagione, calore o refrigerio ai suoi ottanta milioni di cittadini. Per tutta risposta l’Egitto ha siglato un accordo con l’Emirato del Kuwait per l’importazione di 2 milioni di barili di petrolio e di 1.200.000 tonnellate di prodotti petroliferi vari secondo “un contratto di lunghissima durata” i cui termini temporali non sono ancora stati definiti. Forse è ancora presto per poter decretare la decadenza di Riyad da aspirante potenza regionale a Paese di secondaria importanza, tuttavia è innegabile che vi siano molti indizi in questo senso. Una prudente profezia a medio termine suggerirebbe a Re Salman e ai suoi parenti di adottare approcci più morbidi e meno unilaterali alla politica regionale e internazionale.

Paolo Marcenaro
18 novembre 2016
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